Il candidato che non c’è

Di Ivan Scalfarotto per “Il Post”.

L’anno prossimo a Milano si vota e da queste parti c’è una gran voglia di vedere chi sarà il nostro candidato sindaco. Poi, dato che Berlusconi continua a perdere pezzi, anche a livello nazionale si comincia a parlare di candidature a premier.

Devo dire che per quanto riguarda Milano sono stato tra quelli che, sin da subito, ha espresso il bisogno di poter essere messo in condizione di guardare in faccia rapidamente il candidato. L’ho fatto non tanto perché pensi che la personalizzazione della politica sia la panacea, ma giusto per essere sicuro che questa volta il mio partito fosse in grado di prendere rapidamente una posizione e di coagularsi su un nome. Giusto per evitare, come si è fatto sempre a Milano, di avere un candidato solo poche settimane prima delle elezioni e restare col cerino in mano quando si fosse poi trattato di parlare delle cose da fare. E anche per evitare di dare un’altra volta quest’immagine pessima: non dico soltanto di partito frammentato, rotto, frazionato, ma soprattutto questa impressione di essere imbelli, mosci, di essere un partito “gnè gnè”, come mi disse una volta in faccia senza troppi giri di parole Antonello Caporale di Repubblica. E forse, sì, anche un pochino per vedere se questo mio amatissimo PD fosse in grado per una volta di dare un colpo d’ala, una botta di creatività, di venir fuori con un nome che facesse venire voglia pure a quelli che non gliene importa più nulla di rimetterci le mani, la faccia e – chissà – pure il cuore.

Come stiano le cose finora è chiaro: abbiamo Pisapia per Milano e Vendola per Roma, di certo due grandissimi candidati ma nulla che venga ancora da questo nostro partitone che evidentemente deve ancora avere un complesso molto grosso, dato che finora non è mai riuscito a trovare un candidato convincente per Palazzo Chigi (e nemmeno per Palazzo Marino, a dire la verità).

Vabbè, uno poi dice, chi se ne importa da dove arriva il candidato (di donne nemmeno si parla: questa è una delle cose sulle quali la tartaruga della destra ci ha già nei fatti da tempo superati, noi che credevamo di essere le lepri mancine del progresso e dei diritti civili): basta che si decida a rivoltare questo paese, questa città.

Io devo dire che osservo interessato ma non riesco per il momento ancora ad appassionarmi. Perché poi la domanda che vorrei rivolgere al mio candidato (anzi, ai miei candidati) è appunto questa: ma abbiamo davvero voglia di rivoltarlo, questo paese? I giornali scrivono in questi giorni che solo il 6% dei neolaureati entra sul mercato del lavoro con un contratto a tempo indeterminato. Che cosa ne penserà il nostro candidato? Continuerà a sostenere che la nostra battaglia è esclusivamente quella impossibile di dare un contratto a tempo indeterminato al restante 94%, e pace a chi muore di precariato, o si arrenderà all’idea che i contratti e il mondo del lavoro sono cambiati negli ultimi quarant’anni? E che cosa penserà il candidato sindaco del fatto che Milano ha da tempo perso ogni contatto con le altre grandi città d’Europa?

La prima cosa che vorrei prima di ascoltare una risposta è che il candidato fosse uno che sa cos’è, l’Europa. Che l’avesse vissuta almeno un poco e che fosse disponibile a mettere mano a quello che rende questo paese diverso dagli altri paesi del continente. Le rendite di posizione, per esempio. Saranno i nostri candidati davvero desiderosi di smantellare le piccole posizioni di privilegio cui noi italiani siamo disperatamente abbarbicati? Dal primo luglio alla tariffa dei taxi milanesi devono aggiungersi trenta centesimi. Perché, mi piacerebbe chiedere. O come faccio a rivolgermi ad una compagnia di taxi che decida di non applicarli per avvantaggiarsi sulla concorrenza, mi piacerebbe chiedere.

Il punto è che dopo cinque anni di politica attiva e quarantacinque di vita da italiano mi piacerebbe anche finalmente vedere questo paese scrollarsi di dosso questo suo ineluttabile conservatorismo. Quello per cui nessuno veramente aggredisce le rendite di posizione, nessuno combatte davvero le corporazioni e nessuno vuole mollare il suo privilegio, anche quando è micragnoso, in cambio di un miglioramento delle condizioni di tutti. Quello per cui nessun politico combatte mai per quello che gli sembra giusto invece che per quello che gli pare (elettoralmente) utile. Anche a costo di perdere. Almeno per perdere bene e costruire per il domani, invece di perdere e basta. E’ quello per cui anche gli stessi elettori, come dimostra la storia recente, finiscono col premiare sempre lo stesso establishment che hanno criticato ferocemente fino a un minuto prima perché l’attitudine al rischio in Italia è una cosa che nessuno sa dove stia di casa, e allora l’imperativo resta comunque quello di non lasciare mai la via vecchia per la nuova. Quello per cui tutti criticano la politica e poi nessuno vuole farla, la politica, e sporcarsi le mani, salvo poi lamentarsi dei giardini e delle scuole e dei parcheggi e delle cicche per terra come se poi non fosse proprio quella roba lì, la politica.

Un po’ lo pretendo a questo punto – dal mio paese e dalla mia città, dalla politica ma anche dalla “gente” – il salto di qualità. Siamo reduci da anni di scempi. Da anni in cui siamo stati nelle mani nella migliore delle ipotesi di dilettanti che in tre anni non hanno fatto un beato nulla per l’Expo e nella peggiore delle ipotesi di malfattori di mezza tacca che hanno tentato di utilizzare la vita sessuale dei compagni di partito come arma politica.

L’occasione è grossa. A patto che sappiamo quale alternativa vogliamo rappresentare, quale discontinuità. Che Paese, che città abbiamo in mente? Siamo in grado di produrre una classe dirigente fatta di persone competenti e pronte ad assumersi la responsabilità di quello che fanno (concetto sconosciuto in Italia)? Siamo in condizione di non cadere, una volta eletti, anche noi nei peggiori comportamenti spartitori e lottizzatori? Siamo in grado di proporre una leadership che guidi questo paese con la testa, anche quando è difficile e impopolare, invece di inseguirlo sui messaggi più triviali, quelli destinati alla pancia? Insomma, siamo in condizioni di proporre a Milano e all’Italia un messaggio radicalmente alternativo, sul piano dei contenuti e delle modalità, alla decadenza da basso impero che ci hanno lasciato quindici anni di berlusconismo? Questo vorrei chiedere al mio candidato premier e al mio candidato sindaco. Non ho parole per dire quanto mi auguro che arrivi uno che mi convinca.

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