Un’estate italiana

di Francesco Costa su Il Post

A un certo punto andranno in ferie anche loro: lasceranno Roma e i lavori parlamentari, cominceranno a dare le classiche interviste balneari ai telegiornali, con la polo e il naso sporco di crema solare. Fino a questo momento, però, non si può dire che i politici italiani abbiano approfittato dell’estate per rifiatare, anzi. Certo, parliamo sempre di quello in cui i politici italiani sono da sessant’anni grandi professionisti, primatisti assoluti tra le democrazie occidentali: maggioranze da mettere in crisi a colpi di interviste, correntismo sfrenato, dichiarazioni sibilline, messaggi trasversali, tatticismi finissimi. Intanto però di cose ne sono successe, in questi giorni, e molte ne stanno ancora accadendo, principalmente a causa della decisione dei finiani del PdL di costituire i loro gruppi parlamentari autonomi.

Il gruppo al senato
Ieri Futuro e libertà ha costituito il suo gruppo parlamentare al senato, e la cosa non era scontata: fino a qualche giorno fa si pensava che i finiani al senato non potessero contare che su nove persone, una in meno delle dieci che servono a costituire il gruppo. Nel pomeriggio poi è arrivata la decima adesione. Il capogruppo provvisorio sarà Mario Baldassarri.

L’affare Caliendo
Ieri Gianfranco Fini ha calendarizzato per domani, mercoledì, il voto sulla mozione di sfiducia presentata da PD e IdV nei confronti del sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo, coinvolto nelle intercettazioni sulla lobby di Flavio Carboni e indagato dalla procura di Roma per presunta violazione della legge sulle associazioni segrete. Il voto di domani è visto ormai unanimemente come la prova su strada della nuova maggioranza di governo, il primo test dei rapporti tra PdL e finiani su un tema che è stato cruciale nella loro divisione: la trasparenza della classe dirigente e la difesa della legalità.

Al primo intoppo, elezioni
Paradossalmente, in questa fase il coltello dalla parte del manico sembra averlo ripreso Berlusconi. Il presidente del consiglio e diversi suoi alleati e sodali hanno avvertito che al primo agguato da parte dei finiani sarà immediata la crisi di governo e il ricorso alle elezioni anticipate. Sebbene Berlusconi non sarebbe certo soddisfatto da un simile epilogo, chi rischia di più in caso di nuove elezioni sono proprio i finiani: il sistema di sbarramenti e premi di maggioranza previsto dalla legge elettorale rischia di rendere quasi del tutto ininfluente la loro fuori uscita, ai fini della conquista da parte del PdL della maggioranza relativa dei consensi, che la legge Calderoli trasforma in maggioranza assoluta.

La strategia dei finiani
Per questa ragione, il gruppo di Futuro e libertà si è trovato in un bel rebus: non può votare la fiducia a Caliendo, dopo avere chiesto anche abbastanza apertamente le sue dimissioni; non può votare la sfiducia a Caliendo, a meno di non essere pronto a mettere in crisi la maggioranza, con tutto quel che ne può conseguire. Rimane una sola strada, e infatti è quella che i finiani percorreranno domani: l’astensione. Non è ancora chiaro se i membri di Futuro e libertà si asterranno dal voto o usciranno fisicamente dall’aula. Dipenderà anche dagli orientamenti che prenderanno il gruppo dell’UdC e i parlamentari di ApI: l’obiettivo, in sostanza, è distanziarsi dalla maggioranza senza però essere determinanti nella sfiducia di Caliendo.

Il ruolo dei centristi
Per capire meglio queste faccende bisogna tirare fuori un po’ di numeri. Il giornalista del Foglio Claudio Cerasa ha fatto un po’ di conti sul suo blog.

Quanti sono i deputati? 630. A quanto ammonta il numero di deputati necessari per raggiungere la maggioranza? 316. Quanti sono oggi i deputati di cui dispone la maggioranza? 237 del Pdl, 59 della Lega, 12 del gruppo misto. Totale: 308. E i finiani alla Camera quanti sono? 33. Più i 39 dell’Udc. Più gli 8 eventuali dell’Api. (Il Pd ne ha 206, l’Italia dei Valori 29). Come faranno per non far passare la mozione Caliendo senza essere, i finiani, accusati di essere traditori? Usciranno dall’Aula con i casiniani e i rutelliani e faranno scendere l’asticella della maggioranza a quota 276. Bel casino, ma per un po’ si andrà avanti così.

Cosa fa il PD
Il PD si trova – come spesso è accaduto, in questa legislatura – relegato al ruolo di spettatore, visto che da mesi il governo litiga prevalentemente con una fetta della sua stessa maggioranza, e non ha bisogno di cercare altrove avversari. E d’altra parte l’intensità di queste polemiche interne è stata tale da rendere superfluo il lavoro svolto di norma dai partiti di opposizione, quello di tentare di mettere zizzania tra gli alleati al governo: ce n’era già in abbondanza. In ogni caso, dal momento che la maggioranza traballa, in molti si sono voltati verso il PD per osservarne le reazioni. Il fatto più importante degli ultimi giorni è stato l’intervista di Rosy Bindi all’Unità, nel corso della quale la presidente del PD si è detta disponibile ad “alleanze innaturali” pur di evitare di portare nuovamente il paese alle urne con questa legge elettorale (e, verosimilmente, riconsegnarlo a un Berlusconi con le mani ancora più libere).

Sì, ma con quale premier?
L’ipotesi di un governo di transizione che concluda due o tre riforme e porti il paese alle urne nel giro di un anno o qualcosa in più è sostenuta e accreditata da molti, con ottime ragioni. Le convergenze però spariscono quando si discute del nome della persona che dovrebbe guidare questo governo. Rosy Bindi è stata costretta a smentire frettolosamente che dietro le sue parole all’Unità ci fosse un’apertura a Giulio Tremonti, ipotesi che ha qualche credito nel PD. Di fatto, alcuni auspicano l’impegno di una figura di garanzia, super partes, tipo Mario Draghi: e si rifanno all’esempio del governo Ciampi del 1993. Altri pensano che quest’ipotesi sia condivisibile ma insostenibile politicamente, e si rifanno invece a quel che accadde nel 1994, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, quando un nuovo esecutivo di transizione fu sostenuto da una nuova maggioranza ma guidato da un ex ministro del governo Berlusconi, Lamberto Dini. E quindi tornerebbe in ballo il nome di Tremonti.

Elezioni, adesso
Ovviamente, anche a sinistra è presente un fronte che vuole invece andare subito alle urne. I due principali esponenti di questo fronte sono Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, che si sono detti non interessati a governi di transizione e hanno chiesto un immediato ricorso alle elezioni in caso di crisi di governo. È in qualche modo inedita la loro attuale consonanza, vista la loro nota rivalità, ed è altrettanto inedito il fronte di coloro che li hanno stoppati. Prima Eugenio Scalfari, che domenica su Repubblica li ha rimbrottati malamente.

Da questo punto di vista gli inviti ripetutamente lanciati da Di Pietro e anche da Vendola alle elezioni anticipate sono – è il meno che si possa dire – irresponsabili e sconsiderati, anteponendo meschini interessi di bottega a quelli reali del Paese. Darebbero di fatto una mano all’irresponsabilità berlusconiana e aprirebbero la strada alle peggiori avventure.

Poi addirittura Beppe Grillo, che ieri ha detto che le elezioni anticipate farebbero “precipitare l’Italia nel caos” e che la soluzione è “un governo tecnico di durata sufficiente per mettere (per quanto si può) sotto controllo il debito pubblico che sta esplodendo nel silenzio generale, per ridare la scelta del candidato agli elettori, per eliminare i rimborsi elettorali ai partiti (nel rispetto del referendum) e per fare una legge sul conflitto di interessi che elimini alla radice il problema Berlusconi”. Insomma, Grillo e Scalfari sono d’accordo con Bersani e D’Alema. In agosto, in Italia, succede anche questo.

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