La linea spezzata

di Ivan Scalfarotto sul suo blog

Il 7 agosto 2005 pubblicavo il primissimo post sul mio blog. Un blog nato per il lancio della mia sfida alle primarie che avrebbero designato Romano Prodi come candidato del centrosinistra per Palazzo Chigi. Vi ricordate “L’Unione”? Sembra passato un secolo, e invece sono soltanto 5 anni. Per capire tutto quello che è successo niente è più efficace che scorrere la lista dei candidati a quelle primarie (Prodi, Bertinotti, Di Pietro, Mastella, Pecoraro-Scanio, Scalfarotto e Panzino) e verificare che a fare politica siamo rimasti veramente in pochi. Nel frattempo è nato il PD, che ha già eletto due segretari, è nato anche il PdL, ci sono state due elezioni politiche, una serie di smottamenti e sommovimenti, nascita di nuovi gruppi e partiti e sparizione di altri. Un gran trambusto per lasciare esattamente le cose come stavano in quell’agosto 2005: un Berlusconi indebolito forse, ma pur sempre al suo posto al governo.

Dico questo non per dire che Berlusconi sia la causa dei mali di questo paese e come tale vada estirpata per fare in modo che l’Italia si trasformi come per incanto in un paese normale. Al contrario, io credo che Berlusconi sia il sintomo dei mali di questo paese, che ne sia l’effetto, il prodotto, e che quello che si deve fare al più presto è predisporre una proposta di governo che faccia dell’Italia un paese diverso da quello che ha la sua migliore sintesi nelle idee, nella personalità e nel profilo politico di uno come Berlusconi.

E’ per questo – scartata a priori qualsiasi sciagurata e irresponsabile ipotesi di governi con Lega, Tremonti & c. – che non credo affatto che un’alleanza con Casini, Rutelli e compagnia sia la soluzione, e peggio ancora un governo imbarca-tutti. Non solo perché torneremmo allo schema per cui si vincono le elezioni e si perde la sfida del governo come è successo a Prodi. Ma anche perché un governo siffatto, esattamente al contrario di quello che dice Casini, non avrebbe mai la capacità di prendere le decisioni dolorose e necessarie che andrebbero prese in questo momento. Quando dico decisioni necessarie non mi riferisco soltanto ai tagli e ai sacrifici che la situazione finanziaria ci impone. Io credo che gli italiani siano un popolo estremamente disciplinato in tal senso. Abbiamo sopportato prelievi forzosi dai conti correnti e tasse sull’Europa senza fare nemmeno una piega: quando capiscono che dietro a uno sforzo economico c’è una regia affidabile e non iniqua, gli italiani pagano e non si lamentano nemmeno troppo.

Le decisioni necessarie da prendere, quelle veramente difficili, sono quelle legate a una vera modernizzazione del paese, allo smantellamento delle corporazioni, all’apertura di una società bloccata e timorosa, alla trasformazione di un Paese che tradizionalmente gioca in difesa verso un modello che prova a investire e a rischiare di più su di sé. Lasciar correre libere le migliori energie disponibili, utilizzandole al massimo per il bene comune, e farsi carico di proteggere i più deboli non lasciando nessuno indietro. Acquisire la consapevolezza che costruire una società più giusta e più prospera è un meccanismo che non assomiglia ad una linea che si allunga (e dove quindi bisogna farsi trovare per primi a scapito di altri che verranno dopo), ma deve essere un cerchio che si espande (perché una società o cresce tutta insieme o cresce in modo squilibrato, iniquo e senza poter contare sul contributo e sulla partecipazione di tutti).

Il conservatorismo in questo paese, purtroppo, non sta soltanto a destra. Se guardo a Casini e a Rutelli, tanto per fare un esempio, vedo la palude: un blocco conservatore e immobile sia sul piano sociale che su quello economico. La sinistra radicale, come noto, non è ancora pervenuta a questo secolo. Se guardo a certe posizioni della CGIL vedo un sindacato impegnato esclusivamente nel difendere posizioni acquisite e sostanzialmente disinteressato a rappresentare le nuove generazioni e a comprendere le sfide dell’economia globalizzata. Se guardo a Confindustria vedo una grande impresa che ha affiancato il governo senza avere mai il coraggio di andare oltre generiche richieste verbali di riforme che non sono mai arrivate e di metterlo in mora per questo. Una larga alleanza non sarebbe altro che la sommatoria di interessi particolari, la rappresentanza pro-quota di gruppi di popolazione nella difesa delle grandi, piccole o piccolissime rendite di posizione che è il mestiere prediletto della classe dirigente italiana.

Non è di questo che ha bisogno l’Italia per superare Berlusconi. Gli inglesi distinguono il concetto di “evolutionary” dal concetto di “revolutionary”: ecco, io credo che ci sia bisogno di qualcosa che non sia soltanto un miglioramento evolutivo dell’esistente, ma di un cambio totale, completo, radicale di prospettiva. Questo era il senso della “vocazione maggioritaria” che aveva fatto nascere il PD: uscire dalle somme aritmetiche per provare a costruire un modello di paese alternativo che attraesse forze diverse facendo leva anche sulla massa enorme di persone che non votano.

Per fare questo non c’è bisogno del pallottoliere, c’è bisogno di un progetto. La forza apparente di Vendola, secondo me, sta in questo. Che in questo momento Vendola sembra avere – al di là dei dubbi che sollevano le sue posizioni economiche e una storia politica che non lo qualifica immediatamente come un innovatore (chiedere dettagli a D’Alema) – la capacità di moltiplicare le energie sulla base di un progetto condiviso. La sua forza sta nel fatto che Vendola non è credibile in quanto “proprietario” di un partito e titolare della relativa forza elettorale (S&L vale davvero poco in questo senso) ma come leader di un progetto che può coagulare intorno a sé persone le più diverse, dai giovani in Puglia agli industriali del Veneto. Perché la sua candidatura ha in sé il seme di una “vocazione maggioritaria”. Dico subito che parlo di Vendola a titolo puramente esemplificativo: le stesse cose le avrei potute dire e le direi con estrema convinzione – mutatis mutandis – su uno come Renato Soru, che tuttora rappresenta secondo me la più grossa occasione mancata degli ultimi dieci anni per il centro-sinistra e per l’Italia.

Nel PD noi siamo peraltro intrappolati in un equivoco. Abbiamo fatto lo Statuto del partito proprio sulla base di quella che avrebbe dovuto essere la nostra vocazione maggioritaria: volevamo essere aperti, parlare a tutti, e quindi prevedevamo che la scelta del nostro leader – eletto a primarie aperte – rappresentasse di fatto la scelta del leader del centrosinistra. Questo in teoria, perché la sostanziosa porzione del partito che non aveva propriamente in simpatia l’idea del partito aperto ha imposto un meccanismo di scelta del segretario molto più tradizionale. Un meccanismo che ha differenziato gli iscritti dai votanti alle primarie e che ha reso i secondi puri “ospiti” del partito. Ospiti per un giorno solo (quello delle primarie) e quindi spesso ospiti in libera uscita. Ospiti che votano Marino alle primarie e poi IdV o magari Grillo alle elezioni, una volta che si accorgono che il loro consenso di un giorno non è servito a dare alle posizioni di Marino una piena e visibile cittadinanza nell’elaborazione politica permanente del partito.

Questo vuol dire che oggi è molto più difficile dire che il nostro segretario è anche il segretario del centrosinistra. Bersani è soprattutto il segretario di un partito (il più grosso ed importante, certo) del centrosinistra, dal che deriva che la norma statutaria che lo individua in automatico come candidato premier è più un wishful thinking, un auspicio, che altro. Se quando siamo nati come partito potevamo dare per scontato che il nostro leader fosse il leader di tutti, oggi non è più cosi. Questa è certamente un’involuzione rispetto al modello di una democrazia occidentale di stampo liberale e – se il modello “revolutionary” di cui parliamo implica proprio portare l’Italia ad assomigliare di più a una democrazia occidentale di stampo liberale – questa è secondo me la debolezza “genetica” della candidatura di Pierluigi Bersani e del gruppo dirigente che lo appoggia come persona e gruppo adatti a perseguire quel progetto. È una candidatura che porta dritto dritto a un governo di ampia coalizione, peraltro assolutamente coerente col progetto politico che ha vinto il congresso del PD, ma certamente non in grado – come l’esperienza Prodi ci ha amaramente insegnato – di rappresentare una vera discontinuità rispetto al modello di Italia che ha prodotto e dato forza alla leadership di Berlusconi.

Potremo tornare credibilmente al governo (e non solo per la soddisfazione effimera di vincere le elezioni) quando avremo una leadership in grado di rappresentare un progetto radicalmente innovativo e dotato di una grande forza magnetica. Niente governissimi e niente abbracci mortali di gruppo. I grandi paesi del mondo procedono per linee spezzate: l’America di Obama non è quella di Bush e quella di Bush non era quella di Clinton; la Gran Bretagna di Cameron non è quella di Brown e quella di Blair non era quella di Thatcher; anche appartenendo allo stesso partito, Sarkozy non era certo il candidato preferito di Chirac. L’Italia, invece, è il prodotto di una lunga curva ininterrotta e ormai stancamente piatta che ci ha condotto sin qui. Se ne abbiamo la forza e la capacità, l’unica possibilità vera è di metterci un punto. E andare, finalmente, tutti insieme a capo.

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Una risposta a “La linea spezzata

  1. Ho votato per Prodi, per Veltroni, e per Bersani. Ora ,come tanti , pretendo che da parte dei dirigenti che lo affianchini ci sia lealtà e collaborazione. Invece di farsi le seghe mentali su tatticismi e alleanze , fateci sapere come si risolve il problema della disoccupazione e della casa per i giovani , le pensioni degli anziani , la conservazione dell’ambiente, l’imposizione fiscale troppo alta. Sembrate tutti su un’altro pianeta. Con le critiche a chi e’ stato scelto dalla base , avete visibilita degli avversari ma demotivate gli elettori e vi scavate la fossa.

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