Uno spettro si aggira per l’Europa

di Aldo Bonomi

C’è un nuovo fantasma che si aggira per l’Europaad agitare i sonni delle élite e delle opinioni pubbliche liberali:
il populismo. Dai crescenti successi di partiti apertamente xenofobi ed antieuropei come l’ungherese Jobbik, l’olandese Pvv o l’italiana Lega Nord, fino alle piazze della Grecia in fiamme, populismo è diventata etichetta politica di cui si fa uso con sempre maggiore frequenza nei circuiti massmediali, nei dibattiti, nelle accademie.

La storia del secolo appena trascorso ci insegna quanto il populismo sia concetto da maneggiare con cura. In particolare due sono le fenomenologie con cui l’Europa oggi deve fare i conti: da un lato, l’emergere di un comunitarismo del rinserramento e dell’esclusione teso a rifondare un “noi” puro ed esente da fratture e contraddizioni da contrapporre “all’altro” straniero; dall’altro lato, il crescere di una tendenza livellatrice antielitaria e antiestablishment insita storicamente nella democrazia, espressione di una società civile che chiede alla politica di rispettare il dogma dell’uguaglianza, sviluppando una critica corrosiva e iconoclasta dei fondamenti stessi della rappresentanza politica. Una duplice identità che rappresenta anche la cifra per leggere il caso italiano, per molti versi laboratorio europeo del moderno populismo. Rinserramento nel locale, vitalismo economico e radicalismo democratico rappresentano il cocktail esplosivo che attraversa la storia politica dell’Italia degli ultimi venti anni e che è alla base dell’affermarsi come attori determinanti di tre culture populiste: in primo luogo, il populismo leghista a base etno-territoriale, partito dalle vallate alpine, radicatosi nelle piattaforme produttive pedemontane e oggi dilagato oltre la linea del Po; quindi, dalla metà degli anni Novanta, l’emersione del populismo carismatico del tycoon Berlusconi, capace di coagulare in un nuovo blocco storico leghismo, postfascismo e individualismo proprietario dei nuovi ceti d’impresa; infine, il populismo mediatico e progressista, incarnato prima dalle piazze virtuali degli anni Novanta e dal primato della rappresentazione di una società civile dai gusti postmaterialisti, passato poi per il radicalismo pseudoazionista dei “girotondi” e oggi interpretato dal giustizialismo radicale dell’Italia dei Valori e del “grillismo”.

Tuttavia, se l’Italia rappresenta uno degli epicentri del fenomeno, sempre più è l’intera Europa, vecchia e nuova, a essere costellata di focolai del nuovo incendio. La crisi globale ha certamente dato nuova linfa a un fenomeno che da sempre trova nelle crisi economiche e sociali l’humus ideale.
Da qui l’identificazione del nemico nel big business, nella grande finanza come negli immigrati, nei media come nella classe politica. Con la tentazione di rimettere indietro le lancette dell’orologio della postmodernità e della globalizzazione. Una tentazione che oggi non percorre più soltanto strati sociali deprivati o sottoproletari, spezzoni di classe operaia naufraghi di un fordismo della grande fabbrica ormai quasi scomparso dalla scena europea. Sotto i morsi di una crisi che mette in discussione le certezze di status di vaste fasce di ceti medi vecchi e nuovi, le basi sociali del populismo oggi tendono ad allargarsi agli strati inferiori di quei ceti d’impresa e intellettuali che fino alla crisi si erano illusi di poter cavalcare la tigre della globalizzazione finanziaria.
Questo assemblaggio di un blocco sociale populista europeo assume forme diverse a seconda dei modelli di capitalismo in cui si radica.
Dunque, ne emerge un quadro europeo molto variegato, soprattutto dal punto di vista delle basi sociali del fenomeno populista in cui comprendere almeno: l’Italia del capitalismo di territorio e più in generale le nazioni dell’arco alpino in cui il fenomeno populista si radica soprattutto in una dimensione localista e territoriale, partendo dai ceti di piccola impresa e sancendo una divisione tra culture e ceti delle metropoli terziarie e del contado manifatturiero; il modello francese fondato sulla forza dello Stato centrale che produce un populismo sarkoziano e lepeniano imperniato su una coalizione tra ex classe operaia e borghesia repubblicana solida e tradizionale; il modello anglosassone diviso tra un populismo xenofobo e di estrema destra, come quello del British National Party, e un plebiscitarismo blairiano progressista e metropolitano che, a partire dalla specializzazione finanziaria e terziaria del suo capitalismo, ha prodotto una coalizione tra zoccolo duro della working class, porzioni di borghesia liberista globalizzata e componente postmaterialista dei ceti terziari metropolitani; poi il populismo antislamico, antitasse e contrario allo Stato sociale sviluppatosi in Paesi come Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, caratterizzati da un capitalismo anseatico fondato su alti tassi di innovazione tecnologica e un forte welfare state; infine il populismo più apertamente xenofobo, anti Ue e apertamente legato a nostalgie nazionalistiche, sviluppatosi nella destrutturazione dei legami sociali ed economici che caratterizza il modello delle società dell’Est europeo postcomunista.
La generalità del fenomeno populista e la velocità della a differenza del vecchio poujadismo ruralista francese degli anni Cinquanta, oggi il populismo è espressione delle trasformazioni epocali che nell’arco dell’ultimo trentennio hanno mutato il volto economico, sociale e politico dell’Europa. Esso è oggi elemento costituente di una fase storica dominata dalle passioni tristi di un’Europa che sembra aver smarrito il senso del suo futuro comune. Passioni tristi perché prive dell’armatura ideologica progressista e quindi poco capaci di mangiare futuro e guardare in avanti. Passioni caratterizzate più dalla dissolvenza che dalla forza delle due radici identitarie al centro della cultura europea, l’etnos e il demos, l’etnia e il popolo sovrano. Entrambi messi in discussione e logorati dalla dimensione dei flussi globali, ma la cui reinvenzione è alla base dei populismi moderni nelle due versioni del “populismo protestatario”, nostalgico della sovranità radicale del demos e dei suoi diritti e del “populismo identitario”, centrato sulla comunità originaria, indicata dalle retoriche populiste come spazio della salvezza per quei popoli e ceti per i quali l’affermarsi della società liquida ha rappresentato un trauma. Non è un caso, infatti, che il moderno populismo inizi la sua lunga marcia proprio a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quando iniziano a incrinarsi gli equilibri sociali e politici dei “trenta gloriosi anni” di sviluppo fordista-keynesiano e le prime liste di protesta fiscale e antiburocratica, con i loro improvvisi successi elettorali, scuotono lo statico panorama dei sistemi partitici europei. Da allora, tra alti e bassi, la tendenza alla crescita dei consensi non si è più fermata, arrivando a superare alle elezioni europee del 2009 la media complessiva del 10% dei voti, ma raggiungendo la punta del 15% in Ungheria, di oltre il 16% in Austria (sommando Fpo e Bzo), 17% in Olanda con il Pvv, fino al 22,9% del Partito del progresso della tranquilla Norvegia o il 28,9% raggiunto dalla svizzera Udc (VEDI TABELLA IN BASSO).
Ma è soprattutto il rigetto per la costruzione europea il leitmotiv che, accanto alle propensioni xenofobe, fa da propulsore alla crescita del fenomeno populista in un’Europa chiusa nella retorica finanziaria dell’euro e in difficoltà nell’essere motore di nuova coesione sociale in grado di attenuare le spinte alla chiusura identitaria. Gli stessi imprevedibili esiti della crisi greca sono probabilmente destinati a far esplodere questa contraddizione, sia nel caso di successo del salvataggio dall’alto del Paese ellenico (esasperando il volto tecnocratico e finanziario dell’Ue), sia nel caso di un avvitamento della crisi, con un effetto domino sull’intera costruzione europea. D’altronde è proprio la sua natura tecnocratica, insieme all’affermarsi di istituzioni regolative e poteri sovranazionali sempre più esterni ai circuiti della rappresentanza, ma sempre più cruciali quanto a beni e tematiche ricomprese nella propria sfera di influenza,
che potrebbe favorire (anche sulla spinta della crisi) una saldatura tra i due populismi, quello protestatario e quello comunitarista e xenofobo.
Una saldatur pericolosa, per evitare la quale proprio la ripresa dell’Europa come spazio del fare società e di un nuovo cosmopolitismo “caldo” rappresenta il più difficile, ma anche l’unico antidoto.

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