Economia senza storia

di Corrado Truffi per iMille

L’austerità non può essere a senso unico. Si possono chiedere sacrifici ai lavoratori. Ma i lavoratori hanno tutti i diritti di chiedere che cosa sono disposti a fare gli altri, coloro che più hanno, per salvare l’avvenire economico del paese. Se gli si risponde [. . .] che bisogna accantonare le riforme, rassegnarsi alla ingiustizia fiscale, mantenere intatti i vecchi rapporti di potere, è come se si dicesse che da questa parte non si vuole pagare letteralmente niente.

Quando sono state scritte queste parole? Nel 1964, da Enzo Forcella in un articolo su Il Giorno. Era la “congiuntura”, la prima crisi dopo il miracolo economico, con conseguente ristrutturazione, disoccupazione, ecc. Ricorda qualcosa?

Ricorda che ogni volta che il capitalismo va in crisi, il modo di uscirne è sempre lo stesso: far pagare ai lavoratori. Perché, anche quella volta, non vi fu giustizia fiscale, né riforme, né pagarono anche i “ricchi”.

Ora, questa constatazione banale dal punto di vista dell’esame oggettivo dei fatti storici, è sistematicamente occultata da una cortina fumogena di giustificazioni tecniche ed economiche offerte dall’economia mainstream. Ogni volta ci sono apparenti buoni motivi per convincerci che “i sacrifici” sono inevitabili, e che in fondo in fondo ce li siamo pure meritati perché la colpa, come sempre, è dell’inefficienza pubblica, e non della rapina privata.

Il fatto è che l’economia è diventata, sopratutto per una legione di economisti giovani, brillanti, intelligentissimi, tecnicamente preparati, una pura tecnica senza storia, un esercizio di modelli matematici e un gioco di equilibri più o meno perfetti. Eppure, basterebbe provare a fare economia con  la storia, provare a smetterla con la pretesa di vedere il gioco economico nel vuoto pneumatico della tecnica economica o, al massimo, nel contesto della politica del breve periodo, per scoprire che – appunto – la storia avrebbe davvero tanto da insegnare all’economia, per provare a non ripetere pervicacemente gli stessi errori. Esemplare, in questo senso, questo articolo che invito a leggere.

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Dal 1963 al 1968 la percentuale del reddito spettante al lavoro salariato scende dal 63% al 57% (al livello cioè del 1961). All’aumento della produzione si aggiunge una forte ripresa delle esportazioni. Eppure – a differenza di quel che avviene negli altri paesi europei – gli investimenti industriali riprendono solo con molta lentezza, mentre cresce a dismisura la fuga di capitali all’estero. Continuano inoltre i flussi migratori, e Michele Salvati ha segnalato «l’assurdo quadro complessivo di un paese che esporta, insieme, capitali e lavoro invece di farli lavorare entrambi sul territorio nazionale». Si apre qui il secondo versante della contraddizione alla base del rilancio produttivo vi è una ristrutturazione aziendale basata largamente sull’utilizzo intensivo della forza lavoro, sull’aumento dei ritmi, sulla parcellizzazione ulteriore delle operazioni. Si accentuano per questa via i processi precedenti: alla Fiat gli operai comuni sono il 44% nel 1957 e più del 65% dieci anni dopo. I passaggi alle categorie superiori avvengono spesso secondo procedure arbitrarie, volte a privilegiare la «fedeltà» e l’obbedienza» del lavoratore all’azienda, mentre crescono ovunque le forme di lavoro ripetitive e assillanti.

Quando uno proprio non ce la faceva più per i ritmi troppo veloci, si imbarcava. Era una forma di lotta individuale, che a volte avevi i mezzi e la possibilità di fare. Imbarcarsi vuol dire, in catena di montaggio, perdere il tuo posto di lavoro e andare sempre più avanti sulla linea in movimento dietro ai pezzi su cui devi lavorare. Vuol dire che pianti un casino tale che gli altri non riescono più a lavorare […]. Quando però si arrivava all’esasperazione, succedeva che la maggior parte piangevano. Ho visto gli operai piangere, battere la testa e i pugni, buttarsi per terra, proprio crisi isteriche.

È difficile stupirsi se negli anni della «modernizzazione» gli incidenti sul lavoro aumentano anziché diminuire e si diffondono al tempo stesso patologie nuove. Agli inizi del 1967 Giorgio Bocca prendeva a bersaglio i luoghi comuni sul miglioramento delle condizioni di fabbrica, riferendosi agli operai più giovani «in quattro o cinque anni — osservava — l’organizzazione li svuota, li invecchia». «Secondo i medici e gli psicologi delle aziende di fronte a un giovane operaio che non ce la fa più, anche se ha solo 18 o 20 anni, esiste questo unico dilemma: o è un malato malato o è un lavativo, e allora gli diamo un po’ di sulfamidici o lo licenziamo. Ma i sulfamidici e i licenziamenti, valli un po’ a capire questi operai della nuova generazione, né guariscono le ulcere né fanno cessare i tremori né sciolgono le tristezze. Valli a capire questi operai yé yé: sono migliorate le cure mediche, della medicina normale, eppure le loro «assenze per malattia» sono più numerose che in passato. Che cosa significa signor medico fiscale? Che cosa significa signor psicologo fiscale?»

Come le statistiche confermano, le assenze per malattia nelle fabbriche metalmeccaniche aumentano fortemente già in questa fase: quando cioè l’assenza di un giorno significa per un operaio – a differenza di quel che avviene per un impiegato – perdita secca di salario e controlli fiscali severi, soprattutto se il lavoratore è iscritto al sindacato o comunque «indocile». […] Il padronato che imponeva questa intensificazione del lavoro e questa «austerità» ai propri dipendenti non dava nel contempo prova di grande moralità e spirito di sacrificio.

Secondo stime approssimati della Banca d’Italia l’esportazione di capitali all’estero passa dai 336 milioni di dollari del 1963 ai 3427 del 1969. Sull’evasione fiscale si possono ipotizzare cifre ancor più incerte, ma di dimensioni molto superiori. «Evadere il fisco e portare i soldi in Svizzera: questo fu il comportamento di gran parte della borghesia italiana una vera e propria diserzione». il duro giudizio è di parte non sospetta, Guido Carli, il quale però giustifica subito la «diserzione» con la «minaccia comunista» e con l’«estremismo» sindacale.

Dal canto suo, un presidente veneto dell’Associazione industriali difendeva così evasori fiscali ed esportatori di capitali:

Lei mi capisce, se mi trovo su una strada deserta e sento uno che dice: «Guarda che c’è un brigante che ti porta via il portafoglio», io lo nascondo. Traditore della patria? No, caro lei, i traditori sono quelli che minacciano di portarmelo via. Dico giusto?

Sciopero degli investimenti, ristrutturazione aziendale basata sull’intensificazione del lavoro, evasione fiscale ed esportazione di capitali: se questa è la norma, come confermano molti studi, c’è anche chi fa peggio. Ce lo ricorda la vicenda del Cotonificio Valle Susa, che mescola il dramma del licenziamento per migliaia di operai con una «storia padronale» che vale la pena di raccontare.

Per gli 8000 dipendenti delle fabbriche del Cotonificio la crisi si annuncia nel corso del 1964 e precipita nel 1965. Si susseguono riduzioni d’orario, sospensioni mancato pagamento dei salari, mentre la chiusura definitiva dell’azienda è una prospettiva sempre più concreta e l’allarme coinvolge interi paesi. Intanto Felice Riva, principale proprietario e amministratore delegato del Cotonificio, si occupa d’altro. Scrive nel luglio del 1965 il prefetto di Torino:

l’atteggiamento assenteista ed irresponsabile di Felice Riva è stato apertamente stigmatizzato dai sindacalisti e dai dipendenti del Cotonificio Valle Susa, dichiaratisi sdegnati che il Riva, come riportato anche dalla stampa, preferisca interessarsi della compravendita dei calciatori del Milan [di cui è presidente] anziché degli oltre 7000 dipendenti del C.V.S. e delle loro famiglie.

Mi fermo qui, con la lunga citazione dal libro di Crainz che certi giovini economisti farebbero bene a leggere. Che farebbero bene a leggere anche certi pasdaran del merito – il merito, il talento, continuo a dire, e lo so benissimo, sono l’unica assicurazione e l’unica speranza contro il declino italico. Ma, accidenti, ricordarsi anche della giustizia e dell’uguaglianza, oggi, è davvero essenziale.

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Quel che davvero, profondamente, mi deprime, forse per il mio passato di appassionati studi economici, è constatare come persone intelligenti e colte, innovative e niente affatto a priori “di destra”, siano talmente impastoiate nella razionalità limitata della scienza economica mainstream, da giustificare qualunque ricetta che proponga tagli di spesa pubblica e tasse, in nome di un’efficienza e una futura crescita che da un lato è economicamente impossibile e, dall’altro, è e sarà causa di ulteriori terribili ingiustizie e povertà.

Ce l’ho – di nuovo – con quelli di nfA, e con il loro furore ideologico usato a piene mani contro quello che loro certamente vedono come un furore ideologico uguale e contrario usato dagli economisti della lettera.

I primi, pur di dimostrare le loro tesi liberiste (non neoliberiste, per carità che se no si inalberano), arrivano a sostenere che sempre e a priori la domanda e l’offerta sono in equilibrio, quale che sia la distribuzione del reddito, che la crisi di sovrapprduzione non può esistere, che l’insufficienza della domanda di keynesiana memoria è una baggianata (consiglierei loro di leggersi questi due articoli…). I secondi usano una terminologia ideologica e datata per sostenere tesi economiche corrette, sembra quasi vogliano farsi impallinare dai “moderni” grazie al loro frasario più che ai loro argomenti – che sono solidissimi. Si lasciano però andare a ricette protezioniste che finiscono per somigliare al finto antimercatismo di Tremonti, mentre il problema vero di oggi non è la chiusura ma l’apertura, non è difendersi, ma attaccare. Non è ridurre gli stipendi a Pomigliano, ma aumentarli a Pechino.

Ecco, credo che un bagno nella storia, che gli economisti della lettera hanno ben presente, farebbe bene ai giovinotti di nfA. E credo che gli economisti della lettera farebbero bene a prendere sul serio il peso del diffondersi, fra i più giovani studiosi, di un modo di pensare così lontano da quello cui è abituata la sinistra tradizionale.

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In questo modo di pensare, del resto, vi sono due elementi di fondo, filosofici e morali, che  sarebbe bene indagare.

Il primo elemento è costituivo dell’economia mainstream, anzi è il suo unico fondamento: l’opinione che il mondo sia governato dall’interesse individuale dell’individuo autointeressato, e che la composizione di tali interessi sia tutto ciò che si può fare. In breve, l’uomo è naturaliter individualista ed interessato al suo proprio bene, e l’altruismo è una chimera. L’uomo, in definitiva, secondo questa visione non è un animale sociale.

Il secondo elemento costituisce un’aggravante specifica dell’esperienza politica dell’Italia degli ultimi anni, che conferma ed approfondisce questa impostazione filosofica di base: il livello di corruzione e di scarsa moralità dell’amministrazione pubblica italiana – e dell’Italia nel suo complesso – sembrano fatti apposta per confermare l’idea che, dato che l’uomo è per definizione egoista, è sbagliato affidare troppe cose allo Stato e alla politica, che sopratutto in Italia, e del resto “per definizione”, non saranno in grado di fare l’interesse generale. Molto meglio affidarsi a meccanismo automatici di mercato, che portano (magari fosse vero, dico io) a comporre gli interessi individuali grazie al bialnciarsi delle utilità marginali.

Ecco, sul primo elemento esiste una enorme bibliografia che contesta, dal punto di vista morale, filosofico, antropologico, storico, l’esistenza di questo immaginario uomo economico. Ma quando questa “invenzione” si rafforza grazie alla specifica realtà del familismo amorale, della corruzione dilagante, della sfiducia cinica nelle istituzioni del nostro bel paese, è davvero difficile controbattere e continuare ad articolare ragionamenti positivi.

Forse, è più questa sfiducia globale nel prossimo che la convinzione scientifica che muove i giovini di nfA. E questo è davvero triste.

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