Azuni project: vedono pirati dove ci sono persone

da Scene Digitali

[Post lungo, in complesso acido ma allo stesso tempo costruttivo]

[UPDATE: su segnalazione di Stefano Quintarelli aggiungiamo la precisazione che Zambardino ha aggiunto sul suo blog]

Venerdi’ 6 agosto ore 10,30. Precisazione: in questo post si parla di Stefano Quintarelli, imprenditore ed esperto di rete e telecomunucazioni, come di un consulente del ministro Brunetta, perché così risultava all’autore nel momento in cui il post era scritto. In realtà Quintarelli non svolge questa funzione. Ma ha partecipato ad un “tavolo” di lavoro presso il ministero nel quale si è discusso del codice Azuni. Quindi nessun rapporto organico, continuativo e professionale col ministero. E’ una precisazione di Quintarelli che inserisco molto volentieri.

Un mese a partire da quando? Da oggi, risponde il ministro Brunetta che ha lanciato  la sua proposta di “Codice Azuni”, dal nome del cittadino sardo incaricato alla fine del ‘700 di redigere un codice delle regole della navigazione. Ma la data, sul documento, non c’è, anche se ce la metteranno in tutta fretta. Anzi ce la mettiamo noi: il documento viene lanciato il 4 agosto, e entro 30 giorni la società italiana dovrebbe discuterlo. Essendo l’Italia un paese australe, nel quale ad agosto è inverno e si lavora come forsennati, è una manifestazione di buona volontà politica. Ma avete ragione, queste sono balle strumentali, sì. Andiamo alla sostanza (ma ce ne sarebbe anche un’altra di balla strumentale. Per amor di Dio, i nomi stranieri in italiano si usano al singolare. Policy makers è un orrore illeggibile).

Il documento Brunetta, ma anche dei suoi consulenti…

L’idea è di mettere a disposizione di tutti una bozza di discussione. Ottima idea. Ma per discutere e dare un contributo ci vuole tempo e ci vuole un terreno favorevole anche nella “cultura ispiratrice” della discussione. Non è questo il caso. L’idea  qui pare quella di procedere all’estensione del codice in tutta fretta per l’appuntamento di settembre allo  Internet Governance Forum di Vilnius.  Ma anche quella di dare al documento una immediata ricaduta nazionale. Immagino con la redazione di una legge o di leggi organiche sui vari punti (niente più “leggi Carlucci” e “bozze Maroni”?).

Ma torniamo alla possibilità concreta di dare un contributo. Questo documento, accuratissimo nelle sue definizioni tecniche (necessariamente vaghe) è invece lacunoso, a voler esser gentili, quando riferendosi ai principi dello  Internet Governance Forum e ai principi ispiratori dell’Internet Bill ofRights, ne taglia fuori il nesso tra la libertà (e quindi lotta ad ogni forma di censura) e lo sviluppo economico. Diciamo che dalla cultura internet del governo sono usciti Amartya Sen e Rodotà e vi fa il suo ingresso una cultura da regolazione statalista anni ‘30. E sono uscite le persone per far entrare le industrie.

Un internet-iri.O forse una internet regolata alla francese. Nel senso di quelli di Hadopi. Piacciono molto al ministro Brunetta. Ma, creda ministro, quelli non hanno ancora capito che non si può avere la botte piena eccetera eccetera (sono ancora lì che vorrebbero fare i motori di ricerca nazionali…) . Il punto è: o si afferma il principio che la libertà in rete, e fuori,  è il terreno dove si sviluppa l’iniziativa economica “e insieme” la libertà di espressione. O si parla…. Vediamo come si parla.

Leggiamo integralmente dal documento (il corsivo è mio – vz):

Alcune delle principali questioni da affrontare possono essere così sintetizzate:

1. la cosiddetta “incertezza dinamica” che contraddistingue Internet, per il concomitante agire di fattori quali la crescita stocastica della rete, la irreversibilità e la multilateralità della crescita stessa;

2. l’architettura complessa della Rete, la sua natura multi-stakeholders e i modelli “aperti” (open source e open data);

3. gli effetti sul funzionamento dei sistemi democratici (e-democracy, digital divide, e-inclusion, e-government);

4. i temi legati alla privacy e alla dignità della persona che si confrontano con l’uso dei mezzi elettronici che pone nuove sfide di ambito territoriale, scala e velocità;

5. la remunerazione del lavoro intellettuale, inclusa la ridefinizione degli strumenti regolamentari in materia di copyright;

6. l’analisi della esistenza e/o della dimensione di fenomeni genericamente considerati fattori “devianti”, quali ad esempio l’eccesso di informazione, la disinformazione;

7. possibili forme e limiti di intervento in termini di tradizionali strumenti di policy: accountability, regolazione, enforcement, incentivi e codici di autoregolamentazione a livello nazionale, europeo e internazionale.

Innovazione con la Pisanu? E cosa significa “deviante”?

Scusate, cosa significa “deviante”? E cosa significa eccesso di informazione e disinformazione? Lo decide il governo, o una sua legge, cos’è deviante nella manifestazione del pensiero e cos’è eccesso di informazione?

Sono maligno se immagino che si stia parlando del fatto che vogliamo dare un primato di presenza sulla rete a un “complesso” industriale e politico fatto di telco, editori televisivi e non solo,  e padroni dell’entertainment? Obiezione: se bloccate il mercato facendo trionfare i vecchi establishment, con una gabbia normativa così stretta, come fanno le novità a nascere? In Italia Page e Brin non avrebbero trovato un soldo e lavorerebbero come co-co-co…

Nel vostro documento voi decidete cosa è informazione e cosa è eccesso? Dunque si vuole entrare sul terreno e nel merito delle espressioni della libertà? Deciderete voi quali sono le opere d’arte da esporre, le idee da pensare, i giornali da aprire, le critiche da fare al governo?

Stefano Quintarelli , consulente del ministro, è un grande imprenditore, un tecnologo di primissimo piano e una persona simpaticissima (che però pensa che la politica si rappresenti con le equazioni, povero lui). Ma non ha una cultura esattamente liberale, proprio no. E la sua prosa è largamente riconoscibile in vari passaggi del documento.

Liberale però è il ministro Brunetta. Signor ministro, lei è dirigista o libertario nella rete? Arresterebbe Assange? Come si comporterebbe con wikileaks (devianza, eccesso)?

E già che ci siamo, lei vuole mettere sanzioni penali sui download “illegali”? Quelli lì, lei li  chiama pirati o parla di “pratiche” di massa, come fa il documento al quale ha lavorato anche qualche consulente liberale? Internet è fatta di persone o di cavi e computer?

Sintonia con l’internazionale della censura

Si dice che si vuole lavorare in sintonia con le culture della rete. Ma in realtà si cerca una sintonia con l’internazionale della censura. Una tendenza forte in questo momento, anche nei paesi democratici. Questo è il senso del documento che, creda signor ministro, non aiuta quelli come lei, che intendono fare le cose per bene e hanno una cultura non statalista.  Non vi aiuta a comprendere qual è la questione davvero in gioco. La questione di fondo e che esiste in questo paese un blocco culturale e politico, in cui grandi telco, interessi offesi dell’entertainment, operatori della sicurezza abituati a una comunicazione da psycho-intelligence hollywoodiana, fanno tutt’uno. E’ loro la “narrazione” del mare da regolare.

E invece non bisogna chiudere lo squarcio di libertà che la rete ha aperto nell’economia e nella cultura globale meno di vent’anni fa. Perché è una opportunità.

E già che ci siamo: lo aboliamo il decreto Pisanu? La facciamo una rete in larga banda, neutrale e indipendente, dove non ci siano le mani delle telco e della politica sopra? Perché, signor ministro, lei andrà pure a Vilnius con un bel documento (insomma…), ma rappresenterà uno dei pochi paesi democratici del mondo dove per accedere al wifi pubblico ci vuole la carta di identità e una registrazione che sa di schedatura.

Ci pensi, signor ministro. Azuni qui non c’entra niente. E’ il mare che vogliono abolire.

***

avvertenza:  le critiche rivolte ai consulenti del ministro non rappresentano auto candidatura a sostituirli. Abbiamo i nostri problemi, qui, e in matematica andavamo di peste.

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