La strada non socialdemocratica

di Sandro Gozi

Le numerose sconfitte subite in Europa da socialisti e socialdemocratici, soprattutto negli ultimi due anni, il successo delle forze liberali di sinistra e ecologiste – come nel Regno Unito, in Olanda o in Francia – ci obbligano ad alzare la testa, guardare un po’ più in là e interrogarci sulle vere questioni politiche di fondo per il futuro del centrosinistra italiano ed europeo. Quando la maggioranza dei governi in Europa e Stati Uniti erano progressisti, non é stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di Reagan e Thatcher.

Ed è forse quella la ragione per cui anche di fronte al crollo di quel modello, che ha ispirato gran parte delle destre europee, oggi le forze socialiste non appaiono come un’alternativa credibile. Questo è il problema. Quali sono la cause principali del fallimento della socialdemocrazia e di cosa ha bisogno un nuovo progressismo oggi? Una delle cause principali è quella di aver accettato crescenti disparità di reddito. Siamo passati da una disparità di reddito di 1 a 10, considerato accettabile ai tempi del boom economico degli anni ’60 ad un rapporto di 1 a 400 e oltre…Registriamo delle punte in cui un mese intero di lavoro di un operaio è minore ad 1 ora di retribuzione del manager di quell’impresa! Perché i riformisti quando erano al governo non hanno avviato un movimento verso un sistema più equilibrato? Cosa hanno fatto per evitare questa deriva finanziaria del capitalismo globale? Si sono accorti della radicale perversione del modello neocapitalista? Sembra proprio di no. Il dibattito sul riformismo sinora non ci ha portato molto lontano. Anzi, ci ha lasciato – in Europa – privi di munizioni nel momento in cui le destre al potere, dopo essersi adoperate per quindi anni a buttare fuori lo stato dall’economia, hanno riscoperto le virtù dell’economia sociale di mercato. La lotta di Obama per un nuovo sistema sanitario, il braccio di ferro contro Wall Street sono delle svolte epocali. Ma noi progressisti europei l’abbiamo veramente capito? Il progressismo europeo deve allora indicare una nuova via liberandosi di schemi e riflessi che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. In Italia, il Partito democratico non può servire a rileggere la nostra storia, per relativizzare ad esempio gli errori storici che il Pci ha compiuto, dall’opposizione al mercato comune nel 1957 al no al sistema monetario europeo del 1979. L’europeismo di de Gasperi e La Malfa e l’eurocomunismo di Berlinguer non sono state la stessa cosa né possono essere messe oggi sullo stesso piano. Ma vivere il XXI secolo vuol dire andare oltre anche a questo.

Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire perennemente il nostro passato politico, dimenticando che la sfida è fuori, è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. Il punto allora non è collocarsi nella tradizionale e logora toponomastica – sinistra, centro, destra con tutte le sue sintesi e variabili – ma riuscire a rappresentare una società sempre più complessa attraverso una nuova azione politica. Il vuoto ideologico nel quale ci troviamo richiede una revisione profonda capace di superare la tradizionale inerzia del socialismo europeo e di riconoscere gli errori della “terza via”. Ciò significa innanzitutto affermare il primato della politica e lottare contro le crescenti disparità di reddito e le derive finanziarie dell’economia. Il centrosinistra europeo oggi deve rivolgersi all’intera società (anche perché la sinistra non ha più il “suo” popolo), riaffermare in modo radicale la promozione di diritti civili e superare, nei fatti, logiche e categorie mentali del ’900. Le istanze di lavoratori, artigiani, piccole imprese, ad esempio, non sono diverse tra loro, di fronte alle enormi concentrazioni di potere e di denaro, alle nuove oligarchie finanziarie nazionali e globali. Non si tratta peraltro di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo, ma di collocare al centro il lavoro e la produzione reale. E dobbiamo «globalizzare» la politica. Le ragioni sono note: i mercati globali, la mobilità dei capitali, l’evoluzione tecnologica hanno indebolito i poteri di intervento dello stato; sotto la spinta dei nuovi populismi nazionalisti e a causa della timidezza e delle esitazioni delle forze europeiste, una logica miope e intergovernativa è prevalsa in Europa.

Occorre allora proporre un nuovo modello basato sulla europeizzazione dei partiti politici nazionali, la creazione di un vero spazio politico europeo e la piena realizzazione di quella vita democratica enunciata nello stesso trattato di Lisbona. Per farlo, la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia. Né il dibattito nel Pd può limitarsi al rapporto col Pse – nostro alleato nel parlamento europeo – che potrà essere un nostro partner molto stretto, ma non il nostro partito europeo. Occorre infatti superare le tradizionali divisioni politiche, novecentesche, tra le diverse forze di centrosinistra: socialisti, liberali di sinistra, democratici, verdi. Non per replicare su scala europea l’esperienza italiana ma per costruire una nuova proposta europea, nuove alleanze politiche tra forze e partiti riformisti di cui il Pd potrà essere protagonista credibile proprio in quanto libero da appartenenze alle famiglie politiche oggi esistenti in Europa. Su questo però, a giudicare dai dibattiti in Italia (e in Europa), c’è ancora molto lavoro e molto ricambio da fare.

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Una risposta a “La strada non socialdemocratica

  1. Franco Tremul

    “Le tradizionali divisioni politiche, novecentesche”, sono figlie di istituzioni ottocentesche.
    Usa, Brasile, Russia, Cina, India, UE: la guida del pianeta oggi è questa. E cosa accomuna Usa, Brasile, Russia, Cina, India e financo l’Iran – modello politico di riferimento per molti paesi del terzo mondo – ma non la UE? Sono (con tutte le contraddizioni possibili ed immaginabili, è ovvio) tutti REPUBBLICHE, luoghi nei quali, almeno teoricamente, ” i cittadini sono uguali di fronte alla legge”. Solo la UE è un ibrido contenitore di istituzioni ottocentesche quali le monarchie, emblemi assoluti delle diseguaglianze e delle disparità e ricettacolo di populismi nazionalistici ed intrecci con entità conservatrici e veteroclericali.
    In quei paesi non ci sono vecchie signore che, con copricapi tempestati da pietre preziose ed in base a mandati conferiti loro da supposte entità soprannaturali, si recano come padrone di casa a dare il benvenuto ai parlamentari appena eletti dal popolo. In quei paesi non ci sono Camere di Signori che per stirpe sono depositari del mandato a legiferare. In quei paesi non ci sono uomini e donne che per genus vanno a rappresentare le loro istituzioni all’estero. In quei paesi ci sono cittadini, non sudditi. Il futuro perciò non può che essere la Repubblica Federale Europea, non gli Stati Uniti d’Europa. Bisogna partire da qui se si vuole fondare il Partito Progressista Europeo.

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