Torino. A lezione di città.

dal blog di Cristiana Alicata

Questa notte da una delle rive del Po, guardavo i Murazzi illuminati, piazza Vittorio elegante e viva, un brulicare di giovani, e pensavo a Roma. Enormi nuvoloni carichi di elettricità acquistata sulle Alpi si inerpicavano l’uno sull’altro facendo l’amore e facendo piovere.

Ho visto l’anima di questa città, sono stata testimone del suo risveglio complesso che è passato da un rilancio industriale accompagnato da un’amministrazione forte, che ha segnato, inciso, cambiato il volto della città, saputo inoculare prospettive, diffondere. Le due parole che mi vengono in mente se penso a Torino sono inoculare e diffondere. Un quartiere presidiato dagli spacciatori dove si inoculano luoghi di aggregazione. La casa del Jazz aperta accanto al villaggio olimpico che presidia, illumina, allegra un’intera piazza altrimenti deserta. Un asilo di avanguardia nel mezzo del quartiere più malfamato. Piccole bombe a diffusione. Che poi contaminano. I torinesi amano questa città. I torinesi calabresi, siciliani, abruzzesi pure. L’Italia anti-padana, l’Italia vera, persino immigrata, è nata qui. Qui c’è il laboratorio nazionale dell’integrazione e del cosmopolitismo europeo. Milano, in confronto è una cittadina bieca e di provincia, fossilizzata negli anni ottanta. I torinesi non sono più abitanti, forse non lo erano anche prima, quando tutti pensavamo che questa città fosse grigia e depressa. Sono cittadini.

Pensavo a Roma e pensavo a quale anima ha la nostra città, talmente eterna da sembrare, a volte, morta. Più volte ho criticato il modello Roma fondato su cattedrali nel deserto (Auditorium, salone del Gusto) che con difficoltà si innestano nel quartiere che li ospita. Non è stata solo colpa della politica che concepiva un uso (e abuso) monumentale della cultura (pensando fosse consono alla natura ed alla storia della città). Grandi attori, grande cinema, grande cucina, grande tutto. Eppure sono certa che anche Roma si meriti un approccio sabaudo che le restituisca la capacità di viversi e non solo di adorarsi, dobbiamo ricominciare a pensare ai romani non come gli ospiti di un enorme patrimonio culturale, ma come dei cittadini che meritano di poter vivere la città senza che questa sia un ostacolo in quanto intoccabile e inalienabile.

Ridare vita al fiume. Decentrare come parola d’ordine: cultura, luoghi, parchi, uffici, negozi. In parte già fatto. Con alcuni madornali errori (vedi i centri commerciali sorti come funghi e vedi quartieri come Muratella dove i palazzinari hanno preso il loro e non hanno rispettato i patti di dare vita ad un quartiere invece che ad un dormitorio). Strappare i romani dal torpore godereccio, abbattere le barriere della mobilità consentendo l’accesso al centro serale con un sistema di navette, con un accordo con i tassisti. Sogno l’atmosfera della Notte Bianca ogni sera. Roma può. Rivedere i criteri del turismo che ha abbassato il livello dell’offerta alloggiativa e gastronomica. Siamo sicuri che vogliamo orde di vecchi pellegrini e basta? Non vogliamo un turismo giovane, vivo, che spende, si infila nella città, la stimola, si mischia? Siamo una città o un monumento? Abbiamo un anima o solo un cadavere da mostrare?

Ciò che è Torino oggi non è un caso. Penso a Zurigo. A Copenhagen. A Berlino. A Madrid. E penso che si possa pensare una Roma diversa.

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