Lettera da un precario di buona famiglia milanese che salta i pasti

Sono un giovane ragazzo ventenne di buona famiglia, laureato, ma vivo in completa povertà. Sembra strano anche a me ma da anni ormai vivo in povertà, pur sbattendomi dalla mattina alla sera. Ho perso il conto ormai degli stage non retribuiti che ho fatto, delle promesse non mantenute da aziende e personaggi vari. Non penso di essere l’unico in questa situazione, ma non riesco a capire il motivo perché non ne parli mai nessuno, nemmeno in campagna elettorale (forse perché ai c.d. “partiti dei lavoratori” non interessano gli stagisti?), per non parlare dei sindacati (forse perché noi precari non siamo loro iscritti?).

Vivo in povertà, stando attento a ogni singolo euro, sono anni che non mi posso permettere un paio di scarpe nuove o un paio di jeans, una t shirt (ovviamente non griffati) o una serata in discoteca. La mia famiglia di origine, con cui abito ancora, è una di quelle che si sarebbe definita “Borghese”, la famosa “classe media”; genitori e nonni tutti laureati, tutti con una buona posizione lavorativa come dipendenti a tempo indeterminato (chi ancora in servizio, chi in pensione) eppure oggi salto i pasti. Loro non lo sanno e non lo immaginano nemmeno. Quando segnalo la mia situazione ai miei loro mi rispondono solo scocciati “anche per noi e per i tuoi nonni era così”, invece so benissimo che la situazione è precipitata nel giro di pochissimo tempo. Ormai un posto di lavoro qualificato a tempo indeterminato a Milano equivale a una vincita al “Win for life”. Tutti, anche coloro come il sottoscritto che ha frequentato un noto liceo classico del centro di Milano, la cui frequenza un tempo era un vero e proprio status symbol o almeno indicatore di benessere.

Purtroppo questa crisi ha colpito in una maniera allucinante la classe media e in particolare noi giovani. Non possiamo accedere “per limiti di reddito” alle prestazioni sociali, che sembrano riservate solo a extracomunitari e italiani delle regioni del sud. Complici tasse universitarie esorbitanti nelle università pubbliche (per chi non è figlio di evasori fiscali), spese condominiali alle stelle, io e mio fratello ci troviamo in questa condizione. I nostri genitori purtroppo non ci possono aiutare , è già tanto che non ci chiedano di contribuire alle spese di famiglia.

E’ dura durissima perché dalla vita penso di aver avuto tutto, e fino a qualche anno fa non mi è mai mancato niente. Mi sembra di essere piombato in un incubo uscito dal romanzo “Il maestro di Vigevano” di Lucio Mastronardi. Opportunità lavorative qualificate a Milano non ce ne sono più. La parola “Neolaureato” agli occhi di molte aziende è un sinonimo di “Incompetente”. L’ultimo “Lavoro” che ho ho trovato, era ovviamente non retribuito. Peggio ancora di me stanno i miei amici che stanno facendo tirocini per iscriversi a ordini professionali, anche prestigiosi. Non penso di essere un incapace, né sono svogliato, ma ogni volta il copione che mi si ripresenta davanti è sempre lo stesso; ti propongono due o tre mesi di “prova” gratis, promettendo poi un successivo contratto (che non arriva mai) o una partecipazione alla redistribuzione degli “eventuali” utili. Inutile dire che quasi sempre ahimè ci rimetto, nella migliore delle ipotesi solamente giornate e giornate di lavoro.Tutto questo lo faccio per non finire, dopo aver studiato tanti anni, nell’inferno dei call-center o peggio ancora come tanti dietro il bancone di un fast-food. Tra le corsie di un supermercato, ci sono già finito, purtroppo in un momento di una forte crisi di liquidità per qualche mese. Lavoro allucinante e paga da fame, con una lunga catena di intermediazione, per cui pur lavorando di fatto per l’azienda x, il mio datore di lavoro risultava essere l’azienda y per conto dell’agenzia z. In mezzo a tutte queste scatole cinesi ci sono un sacco di ragazzi come me, laureati, ex liceali, di buona famiglia a cui non vengono applicati i contratti collettivi di lavoro nazionale, che non hanno diritto a ferie retribuite, contributi previdenziali, orario massimo di lavoro giornaliero e settimanale, straordinari retribuiti.

C’è una vera e propria giungla in cui finiscono quelli che non possono essere raccomandati. Ci sono aziende, grandi e piccole che calpestano i diritti che i nostri padri e i nostri nonni hanno faticosamente conquistato. I diritti di allora sono i privilegi di oggi.

E in questo sottobosco non vengono applicate a favore del lavoratore basilari garanzie anche da un punto di vista di antinfortunistica che cominciano ad essere applicate nei paesi del terzo mondo.

Una delle poche scelte che avrei sarebbe quella di emigrare in qualche capitale europea, come hanno fatto molti miei coetanei e molti amici. Ma non ne ho voglia, sono milanese e la mia città mi piace da morire, anche se mi sembra che si sia smarrita. La mia capitale europea è e resterà sempre Milano. Possibile che la un tempo ricca e operosa Milano non riesca a offrire ai suoi giovani altro che l’alternativa dell’emigrazione all’estero (qualificata fin quanto si vuole, ma sempre di emigrazione si tratta)? Fino a non molti anni fa una situazione del genere in Italia la si poteva osservare solo in certe aree del profondo meridione e allora l’eldorado sembrava proprio la nostra città.Oggi purtroppo a Milano molti ventenni laureati di buona famiglia, i figli della borghesia, sono costretti loro malgrado a starsene coi “mann in mann”.

Quello che più mi sorprende è che nessuno, nemmeno di noi giovani, protesti. Il ‘68 mi sembra che sia scoppiata per molto meno. Mi rivolgo ai lettori del milanesissimo Corriere: attenti potreste non saperlo ma anche vostro figlio, o vostro nipote, o il figlio di un vostro amico o del vostro vicino di casa potrebbe essere in questa situazione. C’è molto pudore e molti miei amici dichiarono di ricevere regolare stipendio quando invece sono all’ennesimo stage non retribuito. Sono andato a fare colloqui per lavorare come impiegato (sarebbe il mio sogno) o agente di commercio, ma mi sono sentito rispondere sorpreso: “Ma lei dopo i suoi studi si accontenterebbe davvero di questo lavoro? Io senza pensarci ho risposto “Si, e ne sarei anche felice!”. Noi ventenni milanesi non siamo solo i chiassoni che si divertono in corso Como o sui navigli, siamo in primis dei ragazzi seriamente preoccupati per il nostro futuro, senza sapere se riusciremo a mettere assieme il pasto con la cena. Qualcuno deve dare almeno voce, se non aiuto, a noi generazione invisibile a cui nessuno dà ascolto.

Lettera Firmata

Annunci

Una risposta a “Lettera da un precario di buona famiglia milanese che salta i pasti

  1. Pingback: Lettera da un precario di buona famiglia milanese che salta i pasti | Fatti di Sicilia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...