La gestione di un Partito

dal blog di Cristiana Alicata

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Farò una premessa a scanso di equivoci. Scrivo questa nota per riflettere ad alta voce, per dare “parola” a delle riflessioni che sono interne, ma hanno un inevitabile impatto con l’esterno, inteso come gli elettori e quindi Paese.

Un Partito è lo strumento attraverso il quale può avvenire una elaborazione politica coerente con le proprie linee guida, a loro volta concepite per definire una direzione, un progetto, un’idea di Paese.

Tutte le organizzazioni umane, tutte nessuna esclusa, prima di “organizzarsi”, sono state “movimento”, cioè aggregazione di persone accomunate da una visione, da un’idea e che ad un certo punto hanno sentito l’esigenza di organizzarsi per poter essere più incisivi e raggiungere in modo più facile e più veloce l’idea primordiale che li aveva inizialmente uniti. Il novecento è stato il secolo di questo fenomeno nel bene e nel male e spesso in entrambi i casi contemporaneamente.

Tutte le organizzazione umane tradizionali, nel passaggio tra il XX e il XXI secolo, attraversano una fase critica che chiameremo “burocratica”. La fase “burocratica” è l’anteporre la sopravvivenza della propria struttura a tutto il resto. Questa fase è vissuta da Partiti, da Sindacati e da Associazioni. Una fase gravissima, secondo connivente pilastro del rincoglionimento collettivo di questo quindicennio. Una fase che alimenta l’astensione, il disimpegno, l’antipolitica e la rivisitazione in senso negativo (cosa pericolosissima) dell’importanza dei sindacati e delle associazioni.

Il Partito Democratico, più ancora della trasformazione PCI-PDS e PDS-DS, nasceva per superare quella fase. Più di ogni altro partito (badate bene che tutti gli altri partiti portano un nome di qualcuno sul proprio simbolo o sono paragonabili a dei rotary club), nei suoi intenti, reclamava la propria osmoticità sociale. Un processo difficile. Da una parte una dirigenza partitica stanca, vecchia e burocratica (italianissima resistenza al cambiamento, quindi doppiamente affetta), gestita in modo bilanciato nei suoi correntismi di cui nessuno più ricorda le origini se non per motivi personali, dall’altra un elettorato incazzato, disorganizzato, incapace di comprendere tempi, modi e funzioni di un partito e innamorato del metodo movimentista: sfogo rapido, coscienza impegnata pulita, dovere politico assolto.

Ovviamente, come sempre, la verità sta nel mezzo.

Un Partito non può essere gestito come un movimento (a meno che non sia di proprietà di un capo popolo e qui mi fermo), ma un Partito non può essere gestito come un ministero (nel senso negativo dato a questa parola). Da una parte la sostanza senza forma. Dall’altra la forma senza sostanza.

Un partito non può essere avventato nelle sue decisioni, ma non deve nemmeno essere intrappolato e non decidere mai.

Un Partito possibilmente deve nominare la propria dirigenza guardando a chi merita per competenza pensando al Paese e non nominare per spartizione correntizia. Questa è burocrazia. Noi siamo attualmente, ancora, molto burocratici. Molto votati alla forma e poco alla sostanza tanto che in questo momento stiamo correndo l’altissimo rischio di perdere quei pezzi di “non partito” che si erano avvicinati con la loro competenza, mai misurata da nessuno e quindi mai apprezzata. Competenza guadagnata sul campo, sui luoghi di lavoro che però non viene considerata all’altezza dell’esperienza interna. Questo processo sta escludendo e sta premiando la fedeltà piuttosto che il merito. Cioè sta facendo sopravvivere il Partito e non sta pensando al Paese.

Penso ad alcune battaglie che ci aspettano, per esempio nel Lazio, tanto per parlare chiaro e non sembrare di stare a fare la teorica, ruolo che non mi compete per natura. In ordine sparso.

1)      nel 2011 si vota a Latina. Chi è ben informato sa cosa sta accadendo e chi del nostro Partito si sta muovendo per fare anche delle primarie fittizie, ma per non cambiare nulla. Voglio un segretario (in realtà voglio una segretaria!) regionale che da subito, appena eletta inizi a dialogare con la città di Latina ed accanto al Partito cominci una discussione aperta sui problemi della città. Voglio che vada lì una volta a settimana e poi individui una persona capace di agire, di parlare alla città e di portare consenso.

2)      Nel 2010, alle ultime regionali, abbiamo eletto 11 consiglieri uomini. Il governo Polverini non ha di meglio da fare che intervenire su consultori e RSU486. Due dei nostri consiglieri votano persino con la maggioranza. Voglio una segretaria donna, possibilmente non incancrenita nelle dinamiche di partito che richiami i consiglieri all’ordine e guidi una politica che tenga conto della differenza di genere. Ovviamente deve essere capace di muoversi dentro il Partito, di parlare a tutti, ma deve sapere parlare alla Regione: ai lavoratori, agli studenti, agli imprenditori, costruendo il tessuto che ci accompagni nelle sfide del 2011 e del 2013.

3)      Dobbiamo eleggere al più presto un segretario romano libero, indipendente, forte che sappia imporsi su tutte le componenti, dettare le linee guida per il 2013. Che parli alla città e non alle componenti di partito. Che sappia valicare la burocrazia, farsi corpo, organizzare il partito, ma essere punto di riferimento per i cittadini, anche senza passare per vecchi schemi.

In entrambi i casi chi guida deve sapere trovare il modo di gestire quelle che per me sono davvero le componenti del partito: donne, giovani, uomini, persone esperte di partito e persone che hanno competenze sociali. Ecco, questa deve essere l’alchimia meritocratica. Non bersaniani, mariniani, franceschiniani e qualche altra correntucola fantasma.

p.s. all’elettore che arrivato fin qui penserà che il PD parla sempre e solo di se stesso e di come organizzarsi. Sappi che tutto questo è necessario proprio perché l’esercizio della democrazia è difficile e tortuoso e che io preferirò sempre un luogo di tutti dove parlano in tanti (ma poi si fa una sintesi e la dirigenza coordina e guida) rispetto ad un luogo dove parla uno e gli altri obbediscono.

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