Vite precarie

da Briciole Caotiche

“La fine del posto stabile: solo al 6% dei neolaureati”: così titola un articolo di Repubblica riprendendo una ricerca Gidp (l’Associazione direttori risorse umane). I dati di questa indagine confermano una situazione ormai conclamata: oggi, come primo accesso al mercato del lavoro, si passa attraverso stage/tirocinio (il 39,4%), tempo determinato (20,2%), apprendimento professionale e contratto di inserimento (rispettivamente 12,0% e 9,3%), Co.co.pro e partita IVA (4,4% e 0,6%), mentre solo il 5,5% è assunto a tempo indeterminato.
A mio avviso però due sono gli elementi più critici. Non tanto che si entra nel mondo del lavoro con contratti precari (o flessibili), in fondo questo potrebbe anche starci ed anzi essere positivo e funzionale sia per le aziende sia per i neo lavoratori, ma che la situazione di precarietà permane per anni e che il sistema del welfare è rimasto quello di 40 anni fa, ancorato ad una visione del posto fisso che però, per l’appunto, non c’è più.
Di questo tema ho discusso diverse volte (anche qui sul blog), sia perché sono condizioni che ho vissuto direttamente (adesso ho la “fortuna” di essere assunto a tempo indeterminato, ma sono stato stagista-ritenuta d’acconto-cococo-cocopro), sia perché sono situazioni comuni a moltissimi della mia generazione.
Partite iva con un unico datore di lavoro e con orari di ufficio, contratti a progetto per fare i commessi in negozio e con quindi orari obbligatori di presenza, cooperative che assumono operai per 3 settimane e poi ti lasciano a casa una settimana e poi ti riassumono per altre 3 e così avanti per anni, e ad agosto naturalmente a casa senza ferie pagate.
E il sistema del welfare fermo agli anni ’60: faccio esempi che mi sono capitati legati alla maternità/paternità, avendo avuto due figli, la prima eravamo entrambi cocopro, il secondo entrambi a tempo indeterminato. C’è un abisso tra le due condizioni in termini di garanzie e diritti: la maternità facoltativa, l’erogazioni degli assegni familiari, l’accesso ai servizi per i minori, tutto è calibrato sui contratti a tempo indeterminato e tutto paradossalmente favorisce e agevola quel tipo di condizione lavorativa, invece che proteggere e tutelare i lavoratori più precari. Ricordo ancora la faccia dell’impiegata dell’Inps che, in assoluta buona fede e nella massima disponibilità, ci guardava come fossimo due alieni perché aspettavamo un figlio essendo entrambi cocopro. E poi la domanda per il nido pubblico in cui tra i criteri di accesso non c’è nessuna differenza (nessun punteggio aggiuntivo) tra l’essere a tempo indeterminato o precari, con la differenza però che per noi precari la maternità facoltativa non esisteva e quindi, passati i 3 mesi di maternità obbligatoria dopo il parto, o trovavamo posto al nido o uno di noi sarebbe dovuto restare a casa con il contratto sospeso e senza stipendio. Per la cronaca alla fine abbiamo ottenuto il tanto agognato posto e comunque siamo fortunati: entrambi laureati con lavori solidi e una rete di sostegno familiare da fare invidia alla protezione civile!
Ho fatto l’esempio della maternità, ma vale lo stesso per la pensione, la malattia, le ferie…etc, etc, etc.
È una situazione ormai nota e ampiamente discussa, quello che Pietro Ichino, con un’immagine felice, definisce l’apartheid del nostro sistema di lavoro con quattro classi di lavoratori: la classe A con rapporti di lavoro subordinato regolare, la classe B con rapporto di lavoro “a progetto”, la serie C quelli con “partita Iva” e la serie D per gli stagisti.
Eppure nulla si è mosso nemmeno in una situazione di emergenza come quella che sta attraversando il nostro paese per via della crisi economica che ha reso ancora più macroscopica questa differenza in una sorta di guerra tra poveri (magari non economicamente, ma sicuramente di diritti). Emblema di questa situazione è per me la cassa integrazione: in questo periodo di crisi economica, di chiusura di aziende, si è molto parlato dei cassaintegrati che occupano i tetti delle aziende, a cui naturalmente va tutta la mia solidarietà, ma di tutti i precari, le centinai di migliaia di precari, di cocopro, le partite iva lasciate a casa da un giorno all’altro senza alcun ammortizzatore sociale, senza cassa integrazione, senza un euro?
A questo si aggiunge un sistema ingessato e invecchiato che costringe i giovani a partire per l’estero alla ricerca di un futuro migliore, come è raccontato “drammaticamente” in questo bel post di Paolo Bianchi. Una storia vera, come si direbbe in tv.

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